Karate Shotokan

Breve storia

Origini

Molti credono che il karatè sia un’arte da combattimento di origine giapponese; ebbene, seppure nella sua forma attuale sia stato diffuso nel mondo dai Maestri giapponesi, primo tra tutti il Maestro Gichin Funakoshi, il karatè così come lo conosciamo oggi è stato studiato ed elaborato nell’isola di Okinawa e la sua origine è quasi certamente cinese.

L’isola di Okinawa entrò a far parte dei domini giapponesi solo nel diciassettesimo secolo. Si narra che nel 1609, sotto il signore Shimazu, agli abitanti fu proibito l’uso di qualsiasi arma e questi, pertanto, elaborarono una tecnica di combattimento a mani nude.

Quest’immagine (romantica) di contadini che studiano una disciplina da combattimento per difendersi dai soprusi degli invasori, armati fino ai denti ed in possesso persino di armi da fuoco, per quanto suggestiva è però priva di fondamento storico.

In realtà fino all’occupazione giapponese, Okinawa (il cui antico nome era Ryūkiū) gravitava nell’orbita cinese. A partire dal 1372 la nomina del re di Okinawa spettava all’imperatore della Cina. A tale scopo dalla Cina si recava ad Okinawa una speciale delegazione composta di circa 500 persone, che poi risiedevano nell’isola per tre anni. Nel 1392, pare su richiesta del re di Okinawa, Satto, ma più probabilmente per imposizione dell’imperatore cinese, nei pressi della maggiore tra le città dell’isola, Naha, si stabilì un folto gruppo di immigrati cinesi.

Questi immigrati, denominati "le 36 famiglie", costituirono sempre, come i loro discendenti, un gruppo chiuso legato alla madrepatria, alle sue tradizioni e religioni. Godettero sempre di molteplici privilegi ed era attraverso loro che si intrattenevano i rapporti tra l’isola di Okinawa e la Cina; per capire l’importanza di questa comunità cinese basti pensare che erano loro gli incaricati di redigere i documenti ufficiali.

È quasi certo che all’interno di questa cerchia di immigrati si praticasse un’arte da combattimento, e non vi è alcun documento che testimoni di arti marziali praticate dai contadini dell’isola.

Appare però verosimile che nel corso dei secoli, alcuni maestri appartenenti ai discendenti delle 36 famiglie, accettarono tra i propri discepoli alcuni appartenenti alla nobiltà dell’isola. Inoltre negli anni settanta del XVII secolo si svolse una pubblica dimostrazione di un’arte da combattimento denominata Udon-te. Poiché il termine Udon significa palazzo, sembra possa ricavarsi che le famiglie nobili di Okinawa fossero state iniziate alla pratica dell’antica arte marziale importata dai cinesi due secoli prima.

Anche l’idea di un’arte da combattimento autoctona appare suggestiva e nasce dalla contrapposizione dei termini To-de e Okinawa-te, rispettivamente arte cinese di combattimento e arte di combattimento di Okinawa, a sua volta divisa in Naha-te, Tomari-te e Shuri-te, dal nome di località dell’isola dove si sarebbero praticate varianti della disciplina stessa.

Di certo sappiamo solo che nell’isola di Okinawa veniva praticata un’arte marziale di origine cinese. Sicuramente quest’arte veniva insegnata nel più rigoroso segreto e si era ammessi alla pratica solo dopo aver dimostrato di possedere, oltre che i requisiti fisici, anche doti di elevata moralità.

Il primo Maestro dell’arte da combattimento di Okinawa del quale si hanno notizie, seppur frammentarie, è il Maestro Sōkon Matsumura. Nato nel 1809 e vissuto fino al 1899, discendente da una nobile famiglia di Okinawa, a circa vent’anni divenne Guardia del principe di Shuri, questo fa supporre che già praticasse, con un certo successo, le discipline da combattimento. Ebbe inoltre l’opportunità di studiare e perfezionare le arti marziali in Cina, raggiungendo livelli altissimi.

L’importanza del Maestro Matsumura, al di là di quello che fu il livello da lui raggiunto nella pratica delle arti marziali, fu di essere il primo a trasmettere le sue conoscenze in modo sistematico: fondò cioè la prima scuola di arti marziali di Okinawa. Per questa scuola si formavano molti Maestri che meritano di essere ricordati: Ankō Asato (1828-1906); Ankō Itosu (1830-1915); Kentsū Yabo (1866-1937); Chōmo Hanashiro (1869-1945) e Chōtoku Kyan (1870-1945).

Questi Maestri contribuirono a diffondere il Karate nell’isola di Okinawa ma fu il Maestro Ankō Itosu che per primo formalizzò la pratica del karatè e in seguito, nel 1901, lo fece adottare come disciplina di educazione fisica nella scuola elementare di Shuri. Inoltre il Maestro Itosu, insieme al Maestro Asato, fu il maestro di colui che avrebbe dovuto diffondere il karatè dapprima in Giappone e poi nel mondo intero: GICHIN FUNAKOSHI.

Karate Shotokan

Sono in molti a ritenere che Gichin Funakoshi sia stato l’inventore del moderno karatè. In realtà è stato colui che ha diffuso il karaté, dapprima nel centro del Giappone e quindi nel mondo. E’ per questo motivo che sulla parete principale di molti dōjō di karatè si espone la fotografia del Maestro Gichin Funakoshi.

Gichin Funakoshi nacque ad Okinawa nel 1868 , e cioè nel periodo durante il quale il Giappone usciva dall’era feudale per entrare nell’età moderna: egli iniziò la pratica del karatè all’età di 12 anni presso il Maestro Anko Asatō, uno dei migliori discepoli del Maestro Matsumura e padre di un suo compagno di giochi.

Il giovane Funakoshi avrebbe voluto studiare medicina, ma rinunciò al proposito perché agli studenti di medicina era proibito portare la crocchia. La crocchia, la maniera di portare i lunghi capelli raccolti sulla nuca, era tipica del Giappone medioevale e simboleggiava la continuità del rapporto con gli antenati. Il Maestro Funakoshi restò per tutta la vita legato alle tradizioni al punto che, quando, anni più tardi si stabilì a Tokio, non permise alla moglie di raggiungerlo perché altrimenti non sarebbe rimasto nessuno ad occuparsi della tomba degli antenati.

All’età di 21 anni Gichin Funakoshi ricevette l’incarico di insegnante a tempo determinato nella scuola di Naha, incarico che mantenne per circa trent’anni, fino a quando non si trasferì a Tokio. In questo periodo conobbe il suo secondo Maestro, Anko Itosu, amico fraterno del suo primo Maestro, Anko Asato, ed anch’egli allievo del Maestro Matsumura. Itosu era considerato anch’egli, al pari di Asato un grande Maestro, ma a differenza di questi si interessava dell’educazione dei giovani e ricopriva importanti incarichi nel nascente sistema scolastico giapponese; possedeva quindi una visione didattica differente da quella dei Maestri suoi contemporanei.

Funakoshi, con il concorde parere del suo Maestro Asato, divenne discepolo anche di Itosu. I due maestri differivano tra loro sotto molti aspetti sia fisici che concettuali: il primo era alto e robusto il secondo, al contrario, era di piccola taglia e tozzo; Asato riteneva importante riuscire ad evitare i colpi dell’avversario, mentre per Itosu non era necessario sfuggire tutti i colpi, anzi bisognava imparare ad accettarli, almeno quelli meno violenti. È dalla fusione di queste due concezioni del karatè che il Maestro Funakoshi elaborò la sua visione della via del karatè che, seppure con alcune evoluzioni, è ancor oggi praticata nelle scuole di karatè tradizionale shōtōkan.
E’ bene a questo punto chiarire il perché del nome shōtōkan. Pochi sanno che il Maestro Funakoshi componeva poesie che firmava con lo pseudonimo Shōtō. Egli aveva scelto questo pseudonimo, che può essere tradotto come “il fruscio della pineta” perché il suo paese natale, che sorgeva ai piedi del castello di Shuri, era circondato da colline ricoperte di pini ed il Maestro amava passeggiare sui sentieri che le attraversavano. Nella scelta del nome Shōtō per il suo dojio, l’intento fu quello di collegare l’immagine del fruscio della pineta alla via che seguirà nella pratica del karatè. Scrisse infatti il Maestro Funakoshi: “amerei proseguire la via del karatè, così come la vita, nella grazia della verità intrinseca del fruscio dei pini”. Così nel 1938 affisse davanti alla propria scuola l’insegna SHŌTŌKAN in cui l termine kan può essere letto come un equivalente del termine dojo che vuol dire casa.

In seguito alla possibilità di mostrare la propria arte al cospetto del Principe Imperiale nel 1921 ed alla partecipazione ad una manifestazione di Arti marziali svoltasi a Kyoto nel 1922, il Maestro Funakoshi, su invito del Maestro J. Kanō, fondatore del Judo e importante funzionario, svolse un’analoga dimostrazione nel dojo di quest’ultimo il quale, intuito il valore della disciplina del karatè, lo incoraggiò a rimanere a Tokyo. Il Maestro all’età di 53 anni, si trasferì quindi a Tokyo per insegnare il suo karatè.

I primi anni furono difficili ed il Maestro per vivere iniziò a lavorare come portinaio in un pensionato per studenti. In pochi anni il numero di allievi crebbe al punto da far scrivere più tardi al Maestro “in quell’epoca vivevo ogni giorno con l’impressione di vedere un chiarore che si ingrandiva poco a poco nella notte tenebrosa…”. In queste poche parole è possibile intuire la passione e l’orgoglio dell’educatore che evidentemente erano rimasti sempre vivi in lui sin dai tempi del primo incarico di insegnante nella scuola di Naha e che molto probabilmente gli avevano consentito, unitamente al suo forte carattere, di superare le avversità incontrate nei primi anni di vita a Tokyo.

Il Maestro Funakoshi, esperto calligrafo, nello scrivere il termine karatè utilizzò un ideogramma che significa “mano della Cina”. All’inizio degli anni ’30 poi, anche sull’onda del montante nazionalismo giapponese, per scrivere il termine kara, prefisso di karatè, scelse un altro ideogramma, dallo stesso suono, ma che significa “vuoto”. Egli giustificò questa scelta con due frasi tratte dall’insegnamento zen:

Tutti gli aspetti della realtà visibile equivalgono al vuoto (nulla)

Il vuoto (nulla) è l’origine di tutta la realtà

Scelto l’ideogramma per la parola kara il Maestro (il termine tè che significa lotta rimase rappresentato del medesimo ideogramma) aggiunse al termine karatè il suffisso dō che vuol dire “via”. Da allora l’arte marziale nata ad Okinawa è conosciuta come karatè-dō, termine generalmente tradotto come lotta a mani nude, ma che andrebbe più correttamente tradotta come “la via della lotta con la mano vuota”. Per queste sue innovazioni terminologiche Gichin Funakoshi fu aspramente criticato nell’isola di origine, ma il nuovo termine nel giro di pochi anni fu adottato dagli studenti universitari allievi del Maestro ed è quello oggi utilizzato in tutto il mondo.
 
 
Dal 1938 al 1941 la scuola del Maestro Funakoshi e il karatè si diffusero in tutto il Giappone, l’entrata in guerra della nazione però ridusse il numero di adepti di tutte le scuole di arti marziali per avviarli ai vari fronti del Pacifico. In un bombardamento del 1945 il dojo shōtōkan fu distrutto e il Maestro lasciò Tokyo per raggiunge la moglie rifugiatasi nel sud del Giappone.

Nel 1947 due enormi disgrazie colpirono il Maestro, prima la morte della moglie e, pochi mesi dopo, la morte del figlio Yoshitaka al quale Funakoshi aveva affidato lo Shōtōkan.

L’ottantenne Maestro Gichin Funakoshi tornò a Tokyo per riunire intorno a sé giovani studenti e gli allievi anziani sopravvissuti ai campi di battaglia. L’anno successivo fu tra i fondatori della Japan Karatè Association (J.K.A.) così che l’unità della scuola shōtōkan potesse stabilirsi per sempre. Nel giro di qualche anno però le divergenze sul modo di insegnare e di praticare il karatè iniziarono a minare l’unità della scuola e quando il Maestro Funakoshi morì nel 1957, all’età di 89 anni, le divergenze interne esplosero ed ebbe inizio una diaspora a causa della quale oggi sono più di una le scuole che pretendono di rappresentare la vera tradizione dello stile shōtōkan.

Coloro che oggi praticano il karatè tradizionale shōtōkan pertanto non praticano, nè pretendono di farlo, l’unico karatè, essi infatti praticano il karatè trasmesso tradizionalmente dai maestri che a loro volta lo hanno appreso secondo l’insegnamento del Maestro Gichin Funakoshi, ma riconoscono che esistono altre scuole ed altre forme di karatè.
 
 
I venti precetti del karatè dettati da Funakoshi:

1. Non bisogna dimenticare che il karatè comincia con il saluto e termina con il saluto
2. Nel karatè non si prende l’iniziativa dell’attacco
3. Il karatè è un complemento della giustizia
4. Conosci dapprima te stesso, poi conosci gli altri
5. Nell’arte, lo spirito conta più della tecnica
6. L’importante è mantenere il proprio spirito aperto verso l’esterno
7. La disgrazia proviene dalla pigrizia
8. Non pensare che si pratichi il karatè solo nel dojo
9. L’allenamento nel karatè si prosegue lungo tutta la vita
10. Vedi tutti i fenomeni attraverso il karatè, ci troverai la sottigliezza
11. Il karatè è come l’acqua calda, si raffredda quando si smette di scaldarla
12. Non pensare a vincere ma pensa a non perdere
13. Cambia secondo il tuo avversario
14. L’essenziale in combattimento è giocare sul falso e sul vero
15. Considera gli arti dell’avversario come altrettante spade
16. Quando un uomo varca la porta di una casa, si può trovare di fronte un milione di nemici
17. Mettiti in guardia come un principiante, in seguito potrai stare in modo naturale
18. Bisogna eseguire correttamente i kata essi sono differenti dal combattimento
19. Non dimenticare la variazione della forza, la scioltezza del corpo e il ritmo delle tecniche
20. Pensa ed elabora sempre

DOJO KUN

HITOTSU, JINKAKU KANSEI NI TSUTOMURU KOTO
(ITOTSU, GINCA CANSEI NI SOMUROKOTO)

Cerca di perfezionare il carattere


HITOTSU, MAKOTO NO MICHI O MAMORU KOTO (ITOTSU, MACOTO-NO-MICI-O MAMORUKOTO)

Percorri la via della sincerità


HITOTSU, DORYOKU NOSEISHINOYASHNAU KOTO
(ITOTSU, DORIOKU-NO-SEISCIN-O IASCINAUKOTO)

Rafforza instancabilmente lo spirito


HITOTSU, REIGI O OMONZURU KOTO
(ITOTSU, REIGHI-O OMONZURUKOTO)

Osserva un comportamento impeccabile


HITOTSU, KEKKI NO YU O IMASKIMURU KOTO
(ITOTSU, CHECCHI-NO-IU-O IMASCIMURUKOTO)

Astieniti dalla violenza e acquisisci autocontrollo